Metapittura Mario Penelope
Mario Penelope

Dalle prime opere rigorosamente analitiche, poggiate su un sistema organizzato e calcolato di segni costanti, pur nelle diverse variazioni, è giunto a ribaltare l’occupazione fisica dello spazio, trasformando con un senso architettonico la tela-cornice-supporto in una tela-spazio-illusione entro cui si realizza una fuga prospettica in un giuoco illusivo di specchi e di rimandi all’infinito.
Così la rappresentazione pittorica di immagini del proprio passato artistico all’interno del quadro dipinto oggi, in una studiata successione prospettica che richiama le quinte scenografiche si trasforma in un racconto autobiografico ammiccante e suggestivo, ma anche inquietante.
Questa sua operazione mentale è giunta ora alle sue estreme conseguenze nelle recenti opere esposte a Spazio Alternativo, dove i motivi dei suoi precedenti periodi sperimentali neocostruttivi e della ricerca della luce sono sostituiti da quelli dei primordi della sua creazione artistica, quella figurativa. È un recupero memoriale del passato remoto che punta alla ristrutturazione dell’immagine in uno spazio reinventato e definito, incastrando il quadro nel quadro, in cui si scontrano e si amalgamano i moduli astratti con quelli figurativi della pittura di paesaggio in un alternarsi, a volte sapientemente dosato, di visioni ambigue e di orizzonti infiniti, di colori vibranti e intimisti, di luci e di raffinate evanescenze fondendo il «sublime» col «pittoresco» per «esprimere – dice Guerrieri - con immediatezza visiva autentiche esigenze del nostro tempo».

MARIO PENELOPE, «Dalla visualizzazione dell’immagine al Sublime e Pittoresco», L’Umanità,Roma, 20/2/1982.