Opere Polimateriche Sandro Barbagallo
Sandro Barbagallo

Riuscire ad approfondire la ricerca di artisti lontani dalla propria generazione, si rivela, come nel mio incontro con Guerrieri, un autentico privilegio. Del pittore conoscevo ovviamente le opere gestaltiche, ma quando visto quelle polimateriche (nella mostra romana curata da Riposati nel maggio 2005) è stata l’ennesima riprova che non si può mai dare per scontato nessun artista.
Troppo spesso per pigrizia mentale la storia dell’arte contemporanea si taglia con l’accetta, trascurando quel tessuto connettivo fatto di nomi e di opere, che permette di riconoscere la qualità o la sopravvalutazione di certi maestri imposti dall’interesse politico-economico di un sistema tanto spietato quanto superficiale.
In questo momento storico si rivaluta l’importanza avuta dalla stagione informale. E giustamente. Ormai abbiamo visto di tutto e di più sulla scena internazionale, questi quadri di materia, quindi, non sembrano più audaci e aggressivi come alla fine degli anni Cinquanta. Finalmente siamo tutti disposti a riconoscerne la bellezza, la poesia, la suggestione. Finalmente queste opere ci parlano della storia umana, dai graffiti nelle caverne degli uomini primitivi alle tracce disperate lasciate sui muri da poveri pazzi o clochard.
Ma la cosa che ancora stupisce è invece che il giovane Guerrieri, alla fine degli anni Cinquanta, abbia dovuto dare prova di grande coraggio a proporre questo tipo di pittura. Anche se Klee era morto nel 1940 e Prampolini nel 1956.
Però infuriava la polemica tra astratti e figurativi e c’era ancora qualche benpensante disposto a scandalizzarsi, supportato da una certa critica allienata sul “realismo socialista”.
Ma Guerrieri, non ancora trentenne, alimentava la sua arte con un profondo senso di libertà.
Lui stesso racconta di una sensibilità sempre all’erta, di una sensualità per il colore alimentata da uno stretto rapporto con la natura.
Se Klee scopre il colore in Tunisia, Guerrieri scopre la materia nell’isola di Vulcano: “con le sue rossastre rocce vulcaniche, la lava solidificata, i gialli sulfurei, le terre grigie e nere, l’azzurro incomparabilmente puro del mare intorno”.
Chi meglio dello stesso artista avrebbe potuto spiegarci la radice della propria ispirazione, il fine della propria pittura?
In quanto agli artisti che operavano nel mondo, in quel periodo, sulla stessa lunghezza d’onda, non credo che lo abbiano influenzato più di tanto. Diciamo semmai che possono avere legittimato francesco a fare ciò che più aveva voglia di fare.
Alla ricerca, come tutti, del suo quadro perfetto, con la retina imbrigliata da quelle forme e da quei colori così essenziali, così puri.
Ecco come nasce questa serie di tele e carte che nulla hanno di sperimentale, ma sono opere già compiute in se stesse, opere il cui risultato è talmente maturo da rasentare la perfezione.
O meglio un traguardo difficile da superare.
Tanto è vero che l’artista intuisce di aver concluso un periodo (per quanto incandescente) e che dovrà riuscire a spostare la propria tensione ad una fase successiva. Cosa che accadrà con apparente facilità e naturalezza proprio attraverso quella serie intitolata "Strutture continue" del 1962.
Con un po’ di rimpianto per questo fertile ed emozionante periodo, presento dunque a Viterbo il ciclo delle prime opere di Guerrieri.
Con la speranza che anche il pubblico sappia apprezzare e comprendere la profondità e la ricchezza della loro ispirazione.

SANDRO BARBAGALLO, Mostra Palazzo Chigi di Viterbo, Depliant, marzo 2006