Opere Polimateriche
Sandro Barbagallo

(…) Considero un privilegio per un critico giovane poter conoscere e, se possibile, studiare gli artisti che per generazione, ricerca, risultati, hanno contribuito alla strutturazione di un’epoca e della sua storia artistica. L’incontro con Francesco Guerrieri (1931) appartiene dunque alla sfera di queste esperienze rare. Inoltre la mostra romana che vi segnalo (presso la sulfurea galleria di Massimo Riposati, che mantiene per i suoi cataloghi il celebre logo Carte Segrete) è una vera chicca. Perche? Ma perché svela i segreti delle origini di un artista più noto come pittore astratto, di quell’astrazione rigorosamente geometrica fino all’intransigenza. Per intenderci, senza concessioni per i guizzi della sensualità cromatica, dell’inconscio, di un qualsivoglia lirico abbandono.
Ad osservare, invece, questa mostra che ci ricorda chi è stato il “giovane“ Francesco Guerrieri, ci si chiede le ragioni del cambiamento di rotta dopo tanta giovanile libertà di sperimentazione. Oltretutto perfettamente in linea con l’epopea informale prima maniera. Certo i Tàpies, i Dubuffet, i Fautrier e i Burri (non parlerei invece di Fontana) hanno avuto dalla loro parte la fortuna di entrare nei congegni del Sistema dell’Arte dalla porta principale. Ma come si sa, il tessuto connettivo di ogni periodo storico non è un fatto solo di nomi celebri e celebrati, ma soprattutto di artisti che con il loro lavoro paziente e misconosciuto continuano a scavare per approfondire una tendenza d’avanguardia. Con una definizione un po’ infelice i francesi li definiscono petit-maìtre, laddove a mio parere, tali artisti hanno tutta la dignità di “maestri” senza quel limitativo “piccoli”.
Tornando alle opere che Guerrieri espone a Roma, esse coprono gli anni tra il 1959 e il 1962. Anni di feroci polemiche più politiche che culturali tra astratti e figurativi, informali e neorealisti, guttusiani e burriani. Non dimentico il titolo di un articolo letto in biblioteca che recitava: Burri, chi vuoi mettere nel sacco? Anni in cui il trentenne Guerrieri, colto, raffinato, esso stesso giornalista d’arte, aveva un bel coraggio a alvorare sulla materia con in mente magari più le grotte di Altamira o quelle di Lascaux, che un’informale già esautorato dal mercato internazionale.
Il tempo, per fortuna, non passa invano. Per questo oggi possiamo serenamente accostarci alla bellezza di queste opere che hanno perso violenza trasgressiva dell’impatto che avevano quarant’anni fa.  Oggi infatti possiamo leggerle scoprendovi anche altro. Per esempio i presagi di quel graffitismo che è stato reso celebre da nomi come Twombly o Basquiat; o certe raffinatezze di segno e pittura tipiche di artisti come Afro. Ma, citare gli “altri” serve solo per confermare quanto in certi periodi, la storia dell’arte non può che imboccare una strada segnata. Ed è questo che il pittore Guerrieri ci insegna con questa sua splendida mostra retrospettiva. Da Vedere.

SANDRO BARBAGALLO, “Le opere polimateriche di Francesco Guerrieri”, www.artemania.it, 2005 e in Archivio, n. 6, Mantova, giugno 2006

 

Giuseppe Valentino

Impronte temporali

“Quanto al rapporto spazio-tempo, in questo genere di pittura materica, esso è un rapporto di coincidenza: lo spazio si viene formando e si ferma nella materia. Simultaneamente il tempo si fissa in quella stessa materia con la sua irripetibile impronta”. E’ del marzo 1961 questa riflessione di Francesco Guerrieri sul fondamentale rapporto materia - spazio – tempo, cifra portante della ricerca visiva attuata in quei fatidici anni ’60.
Considerando maggiormente veritiera la critica d’arte quando scaturisce dalla traduzione testuale del pensiero diretto dell’artista sulla propria opera, non posso che continuare ad osservare “da artista”, questi mondi primordiali costruiti con le materie sensibili, scelte e messe in opera attraverso le impalcature mnemoniche della mente di Francesco. E’ questa poi, una stagione pura dell’avanguardia italiana, alla quale oggi bisogna ri-guardare con sacrale rispetto, nell’umile tentativo di un confronto con la situazione attuale della ricerca visiva.
Nelle quindici opere esposte nella Galleria d’Arte Contemporanea di Taverna, dopo i prestigiosi passaggi romani e di Palazzo Chigi a Viterbo, la materia si manifesta come cosciente rapporto esistenziale, inusitatamente equilibrato nei pur limitati campi polifunzionali dei rettangoli o dei quadrati.
Forme e policromie magmatiche, vivono spesso il confronto con le architetture lineari di oggetti industriali di recupero, rendendo così visibilmente plausibile la confluenza dei due principali filoni della pittura materica.
Non è difficile immaginare il “corpo a corpo” del giovane Guerrieri, combattuto per la nuova rivoluzionaria conquista dello spazio bianco di questi supporti, annullati ed inglobati nelle fondamenta dagli elementari segni di terra, aria, acqua e fuoco, in una sorta di resurrezione semantica della pittura che ripropone alla lettura presente la ridondanza di dati primordiali universalmente riconoscibili.
Così in Immagine, Cosmogonia, Azzurro, (tutte opere del biennio 1959 – ‘60) le poli materiche trasmettono la loro stessa essenza fatta di raggruppamenti, strappi, sovrapposizioni, cuciture, impronte ed ombre proiettate, il cui fascino si accosterà, pochi anni dopo, al ricordo del terreno lunare conquistato; mentre in "Presenze umane" in "Caverna", "Ritratto", il posizionamento degli oggetti metallici incorporati nella materia, sembra alternare la contraddittoria e drammatica riapparizione della figura con la sua contestuale cancellazione, storie ed impronte silenziose di un passaggio temporale.

GIUSEPPE VALENTINO, Mostra Museo Civico di Taverna, “Francesco Guerrieri, Opere polimateriche 1959 – 1962, 21 ottobre – 31 Dicembre 2006ARCHIVIO, mensilità di arte e cultura, a. XVIII n. 9, Mantova, novembre 2006

 
Altri articoli...