Scritti biografici Intervista a Guerrieri

Intervista a Guerrieri

Nella casa studio di Francesco Guerrieri l’arte e la vita scorrono in parallelo. E’ la casa in cui ha abitato con la moglie Lia Drei, scomparsa nel  marzo del 2005, con cui ha condiviso un progetto artistico e un percorso di vita.
In questa casa Lia è sempre presente, lo è ancora, con i suoi quadri, con i suoi lavori, con piccoli dettagli di vita quotidiana: il suo grembiule che usava per dipingere poggiato con noncuranza sul cavalletto come se dovesse essere ripreso da un momento all’altro, uno spartito aperto su un leggio  pronto per essere suonato. Accanto ai numerosissimi quadri dipinti dagli artisti le  fotografie del quotidiano: la casa rifugio in campagna, un piccolo pezzo di paradiso sull’appennino romagnolo, in cui ospitare amici, fare progetti per il futuro , coltivare l’orto e i fiori. Sopra le poltrone, in un angolo ecco che fa capolino anche la foto un po’ ingiallita dell’amata cockerina.
Il passato si lega con il presente, con il computer sul tavolo, con un grosso fascicolo di fogli : l’ archivio su carta  dell’opera di Francesco che aspetta ancora  di essere  sistemato.
“La mia aspirazione profonda è sempre stata quella di comunicare” ha dichiarato Francesco Guerrieri, “comunicare quello che con il linguaggio ordinario non è possibile comunicare”. C’è una ritrosia, una forma di timidezza nel parlare di sè, Francesco si esprime meglio con le opere che non le parole. Come se le parole fossero troppo brusche e scoprissero troppo in fretta quelle emozioni  che lui vuole tenere celate .
Più che con le parole lui  comunica meglio con la pittura con i suoi quadri in cui poco per volta si mette allo scoperto e in cui sono gli spettatori a coglierne le parti nascoste, perchè sa bene che “ogni quadro  contiene misteriosamente tutta una vita con le sue sofferenze , i suoi dubbi, le sue ore d’entusiasmo e di luce”. (1)

 
1) Kandinskj " Lo spirituale nell’arte e nella pittura"



Come si è sviluppato  il tuo percorso artistico?
Il  mio percorso artistico nasce dalla crisi dell’informale, come molti artisti della mia generazione ero  immerso nella cultura informale ma mi stava stretta.
C’era la volontà di andare al di là del solito cammino , l’informale era diventato una specie di accademia ripetitiva, con un certo conformismo di linguaggio, noi giovani volevamo andare oltre, usare anche altre tonalità di colore, dire  basta a  tutti quei grigi, marroni, neri. Ho fatto ricerche sulle materie,  ho utilizzato molti  oggetti trovati per caso. Ad un certo punto ho cominciato a dare un ordine a queste mie ricerche, a sistemare il tutto in modo organico. Non mi rendevo conto a quel tempo  che c’era un’esigenza di superare l’informale  che questo movimento era finito, che aveva esaurito il suo scopo e si sentiva sempre di più l’esigenza di un ordine di un’armonia .


C’era anche un’esigenza di usare il colore forse? I tuoi quadri sono molto colorati.
All’inizio sì lo erano,  ma poi ho ridotto molto il colore. Nel mio periodo materico ho usato molto il colore ma poi ho fatto una selezione usando solo i colori fondamentali :bianco rosso nero, proprio per sfruttare  al massimo la luce. Non ho fatto una ricerca sul colore come quella che ha fatto Lia che si è rivolta ai rapporti sui colori perchè  a me interessava  maggiormente la divisione ritmica dello spazio  sulla superficie della tela.
A metà del 62 ho fatto un primo quadro in cui c’erano solo rosso e nero su fondo bianco e niente altro. A questo sono arrivato dopo  varie prove , attaccavo sui quadri vari oggetti e quindi la tela si arricchiva di qesti “objet trouvé”  di matrice duchampiana, poi progressivamente ho  ridotto sempre di più questi oggetti.


Per rivolgerti solo alle tue ricerche sul colore?

Sì e no, nel senso che gli oggetti attaccati sul quadro non li ho proprio eliminati completamente perchè ho inserito dei fili di nylon, le linee erano delle linee concrete materiali , che esistevano veramente non erano solo tratti disegnati.
In quel periodo, negli anni 60, c’era un gran movimento anche a livello internazionale, erano anni di grande fermento. Anche io e  mia moglie  avevamo deciso di fare un gruppo, a Roma si era formato il “gruppo  uno “ ma per noi non era interessante, non era omogeneo,  ogni componente portava avanti una propria ricerca ed erano uniti solo dalla voglia di protestare contro l’informale. E Lia ed io decidemmo così formare un nostro gruppo quello che diventerà il “gruppo 63”. Nel giugno del 63 abbiamo fatto una mostra a Roma che ebbe una certa risonanza, fu recensita molto bene . Anche se adesso a distanza di anni mi rendo conto che fummo molto osteggiati . Noi eravamo infervorati dalle nostre ricerche e andavamo avanti per la nostra strada . Eravamo stati invitati al XII convegno internazionale di Verucchio era  un’occasione molto importante per noi perchè ci partecipavano grossi nomi  e critici importanti tra cui Argan.  In quella occasione proclamammo la scissione del gruppo 63 in “sperimentale P” di Lia Drei e Francesco Guerrieri  e di  “operativo L  “di  Lucia Di Luciano e Giovanni  Pizzo e ognuno di noi ha continuato per la propria strada, portando avanti la propria ricerca .
Lo sperimentale P è durato fino al 68, nel frattempo  io ottenevo vari riconoscimenti tra cui il premio della rivista “Arte Oggi” nel 67 e nel 68 vincevo  il primo premio Masaccio. Tuttavia da parte del mercato non c’era grande interesse per queste nuove forme artistiche, il mercato è venuto dopo negli anni 70, a quel tempo si sperimentava solo per passione.


Per che cosa c’era interesse? Cosa si vendeva all’epoca?
Informale, figurativo, c’era un po’ di confusione. Per vivere, noi artisti, dovevamo fare altri lavori.  Tante volte abbiamo dovuto girare le tele perchè non avevamo i soldi per comprarne di nuove. Negli anni 70 però le cose sono cambiate, il mercato, soprattutto al nord, si era aperto e anche i gusti del pubblico cominciavano a cambiare. Eravamo travolti dal clima di euforia che si respirava , il 68, la contestazione.

Ma voi la contestazione già la facevate...
Si, io infatti già nel 67 avevo scritto degli articoli su Arte Oggi,   delle cose feroci sulla società e sull’arte. Negli anni 70 avevamo iniziato anche noi a fare degli happening, facevamo anche delle strutture di legno  che poi coloravamo, quelle verticali io le chiamavo alberi. Frequentavamo molti letterati e poeti ed  eravamo in contatto con un gruppo che aveva la rivista “quindici”, ci vedevamo quasi tutte le sere. Avevamo organizzato un happening a Rieti portavamo le nostre strutture nelle piazze. Le caricavamo in macchina e partivamo. A Venezia nella mostra che abbiamo allestito alla galleria Il Canale ce le siamo caricati a piedi da Piazzale Roma fino al Canal Grande.  Quando si è giovani si può fare ogni cosa perchè si è pieni d’entusiasmo e pesa tutto di meno.
A Roma c’era un locale che si chiamava l’Uscita era un locale con annessa una grande libreria, si trovava  in via del governo Vecchio, si facevano molti happening con il pubblico che partecipava. Anche noi ne abbiamo fatti molti in quel locale.  Era un bel periodo, di grande fermento.
Questo è durato fino al 71. Poi, forse per i continui cicli della storia, per una specie di “eterno ritorno” c’è stata un’inversione di marcia e abbiamo sentito il bisogno di ritornare alla tela.
Lia ha fatto una nuova serie di quadri  più movimentati,  io invece ho cominciato ad inserire nei miei quadri una specie di scrittura.


Una rottura dell’armonia 
Un critico ha definito i miei quadri musica senza suono, musica assoluta che viene scandita da questi ritmi che sono senza tempo e senza spazio.
 La rottura che avviene inserendo nel quadro la forma bianca  ha un  suo significato, io pensavo di alludere ad una scrittura o ad una forma enigmatica, il pubblico però  può interpretarla come vuole.
Ai rossi e neri alternavo la sequenza di due toni di giallo, il problema della luce mi aveva coinvolto  in modo molto forte. Il giallo è un colore più luminoso quindi, invece del rosso e del nero, avevo  inserito nei miei quadri due toni di giallo, uno più chiaro e uno più  scuro.
Arrivato a metà degli anni 70 ho usato semplicemente il giallo mentre il bianco diventa sempre più predominante. Il bianco si espande sempre di più fino a lasciare il giallo solo ai bordi e poi solo agli angoli. Di queste opere non mi è rimasto quasi niente perchè sono tutte in giro nei musei.
Dopo ho avuto l’idea di coinvolgere lo spazio della galleria, ho fatto entrare dentro le opere l’ambiente in cui venivano collocate le opere stesse . Ho chiamato questo  modo di operare l’”Immarginazione” cioè l’ambiente dentro i margini. Prima il colore si trovava ai margini e dentro c’era lo spazio bianco ora invece lo spazio ambiente si trovava dentro i margini delimitati dalla cornice. Questa operazione venne accolta molto bene dalla critica perchè era qualcosa di nuovo.

Hai fatto molte “Immarginazioni”?
Diverse ma la migliore è stata quella a Palazzo delle esposizioni  Era un’esposizione dal titolo “Arte e ricerca 78” perchè  era il 1978. Ero stato invitato, mi diedero una sala ed io ho usato la sala per fare questa operazione.
Le stesse operazioni le ho fatte  anche in altre gallerie, a “Spazio alternativo” a Roma e poi anche a Bologna.  Nel 79 ero già andato oltre, ponendomi il problema della rappresentatività dell’arte contemporanea.  Nascono le opere denominate   “Interno d’artista” dove all’interno del telaio-cornice appaiono dipinti gli stessi telai vuoti oppure altri dipinti  che ho realizzato nel passato  come se fossero  in un’immaginaria sala espositiva.


La metapittura nasce quindi dall’interno d’artista

Sì è un discorso collegato, il primo  quadro l’ho presentato  a dicembre del ’79. Ho iniziato a lavorare sulla pittura dell’800  e del 600 inserendo in questo contesto le mie opere. Purtroppo  in quel periodo eravamo in piena transavanguardia e quindi è sembrato a tutti che mi fossi adeguato furbescamente a questa moda, che fossi salito sul carro del vincitore, in realtà la mia metapittura era il punto di arrivo di un lungo percorso che aveva le sue radici nell’Immarginazione e nell’interno di artista.  Era  un’operazione concettuale sul senso dell’arte contemporanea  che si riappropriava del linguaggio della pittura del passato.

Si è trattata di una coincidenza sfortunata
Si, che mi ha procurato molte ostilità nell’ambiente e mi ha dato molta amarezza. Mi ha molto colpito il fatto che non sono stato neppure invitato alla quadriennale. Avevo esposto da giovane   poi non ho più esposto

E’ per questo che ti sei ritirato?
Si, sono stato lontano dall’ambiente per quasi quindici anni

Dove sei stato?
Siamo stati in campagna, abbiamo comprato un casolare che poi abbiamo restaurato, sull’Appennino romagnolo, doveva essere la nostra seconda casa, la residenza di campagna e invece passavamo la maggior parte del tempo lì anche perchè avevamo il nostro orto, gli animali, gli amici, una vita molto serena e rilassante. C’erano molti fiori e alberi. Se ci penso ho ancora molta nostalgia di quei momenti.

Quando è finito il periodo di isolamento?
Alla fine degli anni novanta ci aveva contattato un’assistente di Giorgio Di Genova che stava scrivendo la sua monumentale storia dell’arte  e doveva inserire anche me e Lia.
Poi da cosa nasce cosa  e ad un certo punto nel 2000  ho fatto una mostra a Roma sulle  opere degli anni 60 ottenendo un’accoglienza trionfale. Anche Lia aveva fatto un’altra mostra proprio nello stesso periodo.
E’ stato un bel rientro. Nel frattempo mi avevano anche scoperto in Calabria e il museo di Taverna mi aveva dedicato una mostra antologica. A Taverna c’era già un museo di arte antica  (Taverna è la patria del pittore Mattia Preti) poi Mimmo Rotella e Angelo Savelli avevano deciso di fare una  galleria di arte contemporanea collegata al museo di arte antica.  Dopo aver fatto la mostra antologica, ho donato 60 opere della mia collezione privata. Adesso ci sono in esposizione circa 450 opere e  Lia ed io  abbiamo una sala permanente .
Questo bel periodo di piena attività purtroppo ha coinciso con un periodo della vita privata molto brutto. Dapprima l’incendio doloso del nostro bosco in Romagna che Lia aveva tanto voluto e curato con le sue mani, poi la sua lunga malattia che l’avrebbe portata nel 2005 alla morte .  Comunque malgrado i miei ricordi rimangano sempre vivi, malgrado mi accompagni sempre una nostalgia per il passato, per le persone care scomparse cerco di rinnovarmi ogni giorno guardando sempre al futuro”.
 Diceva  Schumann nei suoi “Scritti sulla musica e sui musicisti” : “ A cosa tende questa vita? Verso che cosa si rivolge l’anima angosciata dell’artista quando partecipa alla creazione? Proiettare la luce nelle profondità del cuore umano, questa è la vocazione dell’artista”.


PATRIZIA D’AGOSTINO, Francesco Guerrieri Intervista (versione integrale), in Arte Contemporanea n. 18, Ed. Artecom S.r.l., Grottaferrata,  maggio – luglio 2009